Anche Udine ha i grands boulevards: basta saperli riconoscere

triesteChissà se qualcuno, fra le migliaia di automobilisti che ogni giorno scendono da Porta Pracchiuso verso Piazzale D'Annunzio, sa di percorrere il grands boulevards di Udine! Anche se si ha l'impressione di viaggiare su un'unica strada alberata al centro, il plurale è d'obbligo perché sotto il profilo toponomastico il percorso risulta scomposto in due parti: la prima, da Porta Pracchiuso a Via Buttrio, fu chiamata Viale Trieste; la seconda, da Via Buttrio al cavalcavia di Piazzale D'Annunzio, Viale 23 marzo 1848.
Visto che non c'è soluzione di continuità fra i due segmenti, si può anche parlare di errore toponomastico, ma le intitolazioni furono decise dal Comune di Udine ai fini del censimento del 1901, quando Trieste era ancora “irredenta” e, secondo quei pubblici amministratori, era necessario ricordare anche una data a dir poco fondamentale, che però oggi nessuno ricorda (non fanno testo, naturalmente, gli studiosi di storia locale, come lo scrivente): “niente po po di meno ché” - diceva l'indimenticato Mario Riva – l'insurrezione di Udine contro gli austriaci nel 1848, un fuoco di paglia ininfluente per gli esiti di quelle giornate.
L'aspetto più interessante è tuttavia un altro. I due vialì consecutivi, ottenuti rettificando, o meglio allargando l'antica strada di circonvallazione esterna della Città murata, meritano sicuramente il titolo di boulevards perché si tratta di due strade parallele divise da un'aiuola con doppio filare alberato con platani, che insistono, marciapiedi compresi, su una larghezza di circa ventotto metri: un'autentica meraviglia urbanistica, degna di una grande città!
Potremmo allora porci una domanda: perché soltano in quel tratto Udine esibisce i suoi boulebards?
È presto detto: nel 1909, probabilmente per suggerimento di Raimondo D'Aronco, il Comune conferì a Sanjust, l'urbanista che aveva progettato il piano regolatore di Roma, l'incarico di “disegnare” la futura Città di Udine, e l'architetto aveva fra l'altro previsto che sull'intera circonvallazione fosse costruita la sequenza dei grands boulevards: un'idea grandiosa che però fu giudicata (non a torto, dobbiamo riconoscere) troppo costosa e (a torto, sotto questo punto di vista) irrealizzabile per le preesistenze. Il Comune, infatti, aveva consentito una disordinata proliferazione di edifici a ridosso e al di là della cinta murata, che impedivano la realizzazione del piano Sanjust sul tracciato Via Renati-Via Caccia.
Conclusione: i due grands boulevards sono un resto archeologico dell'irrealizzato Piano Sanjust e, con la loro bellezza, sono lì a ricordarci che gli errori urbanistici hanno conseguenze di lunga durata.
Visto che in questi giorni di vacanza o di meno febbrile attività lavorativa si può trovare il tempo per visitare a piedi la Città, magari nelle ore serali, e riguardala con occhi diversi, proporremo ai lettori altre osservazioni sulla struttura della Città.

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