Magia, stregonerie epilessia in Africa

Bene ha fatto il Messaggero Veneto a mettere l’Africa in prima pagina. E’ stata una sorpresa, una novità visto e considerato che l’Africa è marginale nei media italiani, e mai prima d’ora, il giornale friulano aveva dedicato una prima pagina all’Africa e al lavoro dell’onlus friulana Jobel. Ci auguriamo che a questa prima pagina ne seguano altre che raccontino lo straordinario operato che le associazioni di cooperazione e solidarietà internazionale della nostra Regione svolgono nei tanti Sud del mondo. Dello straordinario lavoro del “psichiatra” africano Gregoire Ahongbonon se ne parla da diversi anni, è stato anche a Udine per una conferenza nel 2006. Nel 1998 ha ricevuto il primo premio internazionale Franco Basaglia per la sua opera a favore dei malati mentali in Africa. Per chi conosce l’Africa sa che la questione delle malattie mentali non è nuova soprattutto in quell’Africa occidentale dalla Costa D’Avorio, al Benin, al Togo dove la presenza del “magico” della stregoneria permea totalmente la società, la cultura, la quotidianità stessa. Questo in generale riguarda un po’ tutta l’Africa subsahariana. Quando parliamo di “magia” in Africa non parliamo di pratiche aberranti o primordiali ma di una vera e propria religione, di spiritualità e di vita quotidiana che è dominata dal senso del divino. E’ all’interno di questo contesto ancestrale che la “malattia mentale” veniva gestita e curata con le pratiche tradizionali. Il colonialismo nel corso della dominazione africana ha contribuito a peggiorare non solo le condizioni di vita materiale ma ha soprattutto impedito l’evoluzione naturale delle società africane sconvolgendo le loro culture, le loro società compresa l’identità africana. L’acculturazione forzata, che ha imposto mutamenti sociali, economici e culturali, è stata anche accentuata dall’oppressione di alcuni regimi dittatoriali nei confronti dei propri cittadini poi deflagrata anche nella violenza etnica che negli ultimi venti anni ha attraversato l’Africa: Rwanda, Costa d’Avorio, Sudan per citarne alcuni. I centri neuropsichiatrici africani sono aumentati ma ancora insufficienti per accogliere, assistere e curare le migliaia di persone che soffrono di turbe psichiche. La vita poi all’interno di queste strutture è difficile e spesso è giocoforza ricorrere a sistemi di contenzione fisica per i pazienti agitati in crisi. Non mancano poi strutture innovative come a Dakar in Senegal che negli anni sessanta era considerata la capitale dell’etnopsichiatria. Da quell’esperienza furono creati diversi villaggi terapeutici, si sono avviate e consolidate nuove relazioni e collaborazioni tra medicina ufficiale e tradizionale. Anche in Africa ci sono scuole di pensiero diverse, anche se è ormai assodato che la malattia mentale deve essere compresa e gestita con l’approccio dell’antropologia culturale piuttosto che con i metodi della psichiatria tradizionale. L’epilessia, autismo, schizofrenia in Africa non fa differenza e i familiari di queste persone malate hanno paura di essere contagiati e per questo vengo isolati, incatenati o dati in consegna a guaritori e ciarlatani che vivono sulle spalle di questa povera gente. Il lavoro di Gregoire va dunque sostenuto e bene farebbe l’associazione Jobel a coinvolgere almeno quelle associazioni della nostra regione che operano in Africa in modo tale da fare rete e sistema per chiedere maggiore attenzione per sviluppare una cooperazione sanitaria utile al lavoro di Gregoire e soprattutto necessaria alla liberazione di questi schiavi psichici.

Per saperne di più “I pazzi di Grégorie” di Valerio Petrarca, Sellerio editore Palermo.

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