Le Start-up, una entità “ignota” per il fisco di molti paesi

Si parla molto di start-up e di innovazione, spendendo energie e risorse per favorirne la diffusione di una nuova imprenditorialità basata sulla innovazione. Una sorta di toccasana per l'economia in grado di lenirne tutto i suoi mali, o quasi. Ma non tutti sono altrettanto entusiasti nella promozione della accoppiata "vincente" innovazione&giovani.

Il fisco, per esempio, per molti aspetti considerato l'altra faccia della medaglia della burocrazia, anche in questo frangente si merita la sua fama di retrogrado e farraginoso. Non si tratta certamente di una novità dell'ultima ora, ma da uno studio fatto sui 37 Paesi Ocse è emerso, purtroppo, che non siamo gli unici al mondo ad avere questo tipo di problemi. Su 37 tra i paesi più economicamente evoluti, solo 14 prevedono un livello di tassazione più basso per le start-up rispetto a quella ordinaria.

Il volume pubblicato dall'Ocse "Taxation of SMEs in Oecd and G-20 countries", segnala che in alcuni casi la differenza di tassazione diventa notevole: i regimi più favorevoli si registrano in Corea e Olanda: a fronte di tax rate ordinari pari rispettivamente al 24,2% e al 25%, per le pmi i prelievi sugli utili scendono all’11% e al 20%, purché il reddito imponibile non superi i 143 e 200 mila euro.

Negli Usa le agevolazioni fiscali si attenuano all’aumentare dei profitti: mentre le pmi che realizzano fino a 38 mila euro annui di utili pagano il 20% (contro il 39,1% ordinario), sopra i 75 mila euro si ritorna pressoché all’aliquota piena, che viene addirittura superata per i profitti superiori ai 13,8 milioni (42%).

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