Gli aghi jihadisti e il pagliaio americano

La settimana che si sta chiudendo ci ha offerto pessime notizie dal fronte interno della lotta al terrorismo. È impossibile non cogliere le implicazioni dell’attacco di domenica scorsa alla kermesse anti-islamica organizzata nel centro congressi “Curtis Culwell” di Garland, nella contea di Dallas in Texas. Che l’evento avrebbe avuto degli strascichi era chiaro sin dal principio, trattandosi dell’ultimo episodio dell’infiammato conflitto culturale sulla libertà di espressione di cui il settimanale satirico Charlie Hebdo era e rimane l’attore più famoso. La sua natura provocatoria era l'espressione della volontà del promotore, l’associazione “American Freedom Defence Initiative” di New York, che ha scelto infatti di conferire un premio all’autore della vignetta su Maometto più efficace. Col risultato, quanto mai prevedibile di trasformare il centro congressi di Garland in un obiettivo cogente per i musulmani radicalizzati d'America, attirati anche dalla presenza di un ospite di spicco, il politico olandese Geert Wilders, oggetto di innumerevoli minacce per le sue aspre posizioni sul fondamentalismo islamico. Appare tutto fuorché sorprendente, dunque, il tentativo di due musulmani di Phoenix, Elton Simpson e Nadir Soofi, di irrompere nell’edificio a colpi di arma da fuoco, salvo poi essere immediatamente uccisi dalla polizia. Le indagini condotte in questi giorni hanno fatto emergere, nella trama di questo nuovo fatto di sangue, tutti i tratti che contraddistinguono l’attuale minaccia terroristica per l’Occidente. Sono assai visibili nel profilo di uno degli attentatori e nel rapporto che questi nutriva con la centrale del terrore impiantata nel cuore del Medio Oriente, in quella Siria piagata da un’interminabile guerra civile il cui bilancio di morte continua a lievitare. Il primo dato rilevante è che né Simpson né il suo sodale erano formalmente membri dello Stato islamico. Non avevano mai visto in vita loro quella regione così lontana dalla loro vita quotidiana, anche se ne seguivano attentamente i travagli. Simpson tuttavia aveva deciso, qualche anno or sono, di passare da un generico sentimento di simpatia per la causa radicale all’azione. Il suo tentativo, fallito, di raggiungere il fronte somalo ha provocato una condanna ed una sorveglianza conclusasi l’anno scorso col depennamento dalla watch-list. Di qui l’analogia con i killer di Charlie Hebdo, i fratelli parigini Cherif e Said Kouachi, uno dei quali era stato arrestato, processato e condannato per aver cercato, anche lui invano, di raggiungere l’Iraq dove avrebbe voluto partecipare alla lotta contro l’occupazione americana condotta dell’organizzazione da cui sarebbe nata, in tempi più recenti, l’ISIS. L’inevitabile polemica che è montata in questi giorni in America riflette quella scoppiata a gennaio in una Francia scioccata dal fatto che un aspirante jihadista noto alle autorità abbia potuto compiere una strage così scioccante. Tuttavia, più che nelle carenze dell’antiterrorismo, il problema emerso in Texas come a Parigi risiede nell’oggettiva difficoltà di monitorare centinaia, forse migliaia di soggetti che nutrono sì pericolose simpatie, ma non fanno quasi mai parte di una cellula che, per la sua presenza materiale sul territorio, può essere spiata, contrastata ed eventualmente smantellata. Questo è il succo del terrorismo contemporaneo: più che con l’affiliazione, esso opera tramite l’adesione informale a distanza al jihadismo, l’ideologia estrema che è stata elaborata nell’arco di un trentennio da Osama bin Laden e dal suo ideologo e successore Ayman al-Zawahiri e che ora ispira i protagonisti della mattanza siriana ed irachena. Per la sua stessa natura, queste dinamiche si sviluppano fuori dai radar dell’intelligence, che scopre i propri bersagli solo quando cominciano a lasciare tracce inequivocabili sul web. Quando cioè si iscrivono, quasi sempre di propria iniziativa, ai profili Twitter e Facebook dei combattenti e cominciano a condividerne i proclami o le immagini scattate dal fronte. Solo quando tale attività segna il passaggio dal sostegno all’espressione di una volontà di agire le autorità possono trarre le relative conclusioni e intervenire. È andata così anche per l’attacco in Texas. Gli investigatori hanno ammesso che Simpson era da poco rientrato nel mirino delle agenzie federali per via della sua crescente attività on line a favore dell’ISIS. Era in contatto, in particolare, con due jihadisti che si troverebbero rispettivamente in Somalia e in Siria. Il primo è il giovane britannico Jenaid Hussein, che ha lasciato la sua Birmingham nel 2013 per andare a combattere in Siria, dove ora si fa chiamare Abu Hussain al-Britani. Hussein ha un profilo di tutto rispetto grazie alle sue competenze informatiche, che gli hanno consentito di compiere una serie di attacchi clamorosi in patria – è stato condannato per aver trafugato e messo on line la rubrica dell’ex premier Tony Blair – e di diventare poi uno degli hacker più in vista del califfato. I destini di Hussein e Simpson si sono incrociati nel mare magno della rete, in particolare sul canale, Twitter, dove fluisce copiosa la propaganda dello Stato Islamico e dove scatta spesso la scintilla che porta insospettabili musulmani occidentali ad imboccare la strada del jihadismo. Gli investigatori stanno ricostruendo le comunicazioni della coppia, che dopo una fase visibile si sarebbero poi inabissate in canali privati che le autorità hanno molte difficoltà a tracciare. È plausibile che Hussein abbia avuto un ruolo nell’attentato, almeno come incitatore. Lo dimostrerebbe il tweet lanciato dalla Siria poco prima dell’attacco: “i coltelli sono stati affilati, presto arriveremo sulle vostre strade dove porteremo morte e massacri”. Dopo gli spari di Garland, Hussein ha condiviso sempre via Twitter il proprio entusiasmo: “Allah è grande!!!!! Due nostri fratelli hanno appena aperto il fuoco sulla manifestazione sul nostro Profeta in Texas”. Di analogo tenore sarebbe l’altra liason dangereux di Simpson, quella con il connazionale Muhammed Hassan, fuoriscito parecchi anni fa dal natio Minnesota. Poco dopo l’attentato a Charlie Hebdo, Hassan, che ora si fa chiamare Mujahid Miski, twittava: “I fratelli di Charlie Hebdo hanno fatto la loro parte. È ora che i nostri fratelli americani facciano la loro”. Simpson gli replicò facendo capire di voler rispondere all’appello e indicando il suo futuro bersaglio: “Quando mai capiranno? Stanno progettando di premiare la miglior vignetta sul Rasulullah (il profeta) in Texas”. Una settimana prima dell’attacco, Hassan rispondeva così ad un cinguettio dell’amico: “Un individuo è in grado di mettere un’intera nazione in ginocchio”. A poche ore dal momento in cui il suo destino si sarebbe compiuto, Simpson ricorreva ancora a Twitter per formulare la sua dichiarazione di fedeltà all’“Amirul Mu’mineen”, il Principe dei Credenti, titolo che fu già prerogativa del leader dei talebani afghani, il mullah Omar, e che l’anno scorso ha rivendicato per sé il neo-califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Due giorni dopo la morte di Simpson, dalla radio del califfato è giunta puntuale la rivendicazione: “Noi diciamo all’America, difensore della croce, che ciò che arriverà sarà ancora più tremendo”. La corrispondenza virtuale che abbiamo ricostruito chiarisce che la rivendicazione è un mero atto propagandistico, che riflette però il nesso tra la sede locale del jihad e la sua corte di simpatizzanti distribuiti nel mondo intero. Contrariamente a quanto annunciato via radio, né Simpson né Soofi erano “soldati” dal califfato. Ma la sostanza non cambia, perché è l’adesione all’ideologia che conta. Il trait d’union tra il jihad siriano e iracheno e il resto del mondo è la tendenza con cui numerosi esponenti delle comunità islamiche fanno propria una campagna rivoluzionaria che fu lanciata da Osama bin Laden e che ora ha trovato in Abu Bakr al-Baghdadi il suo sommo interprete. A differenza del primo, Baghdadi vanta però un risultato storico, una sorprendente conquista territoriale e la conseguente edificazione di uno Stato islamico, utopia irresistibile per ogni buon credente. Qualcosa che lo sceicco del terrore venuto dall’Arabia Saudita poteva al massimo vagheggiare. L’insegnamento dell’attacco del Texas, che tutto può dirsi fuorché sorprendente, sta nell’estrema pericolosità della sfida jihadista, diventata un magnete per un serbatoio potenzialmente inesauribile di militanti che possono passare in qualsiasi momento dalla fase idealistica a quella dell’azione, senza che la nostra intelligence se ne accorga. Il filo che unisce gli attori di questa rivoluzione si snoda sui social network, dove sono attivi decine di migliaia di account Twitter a cui chiunque può agganciarsi per abbeverarsi dei deliri di potenza dei mujaheddin. Questa può essere poi la premessa di un reclutamento, che sempre più spesso avviene non per volontà di chi è già in prima linea, ma si configura come espressione del desiderio di chi vuole ricoprirsi di gloria agli occhi di Allah diventando un foreign fighter o commettendo una strage in suo nome. Le implicazioni per la nostra sicurezza sono enormi. Appaiono eloquenti le dichiarazioni del capo dell’FBI, James B. Comey. Sono centinaia, ha ammesso, le indagini in corso in America su possibili estremisti influenzati dalla propaganda on line dell’ISIS. “Io so che ci sono altri Elton Simpson là fuori”, ha affermato Comey, che paragona il proprio lavoro a quello di chi cerca l’ago in un pagliaio. Con la differenza niente affatto ininfluente che “il pagliaio è l’intero paese”, mentre “gli aghi sono per noi sempre più invisibili”.

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